Bohemian Rhapsody.

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Questo film è LO SBAGLIO.

La definizione non è mia, deriva (se non erro) dai leggendari ragazzi de I 400 Calci: un progetto che merita assolutamente di essere seguito. Sono partiti difendendo il peggior cinema degli anni Ottanta, hanno finito col donare critica di qualità alla blogosfera italiana (e non è stato facile). Terminato il doveroso omaggio ad un blog che ha attirato il mio lurking per tanti (troppi) anni, torniamo al film.

Bohemian Rhapsody parla dei Queen, narrandoci la storia di questo gruppo rock britannico (rock, glam rock, hard rock, proto-metal, quello che sia, di musica ne so poco o niente) negli anni che vanno dal 1970 (anno della sua formazione) al 1985 (anno del celeberrimo concerto al Live Aid, la Woodstock di plastica dell’ultima generazione di boomers).

Il focus del film (come si può lievemente intuire dalla locandina) è tutto su Freddie Mercury, frontman, vocalist, performer, volto più ricordato del gruppo (una morte drammatica, in questi casi, aiuta sempre a raggiungere più in fretta l’immortalità) e fragile dio della musica dal destino sin troppo umano.

In teoria, questo film aveva tutto per riuscire: un tema capace di richiamare nelle sale tonnellate di spettatori, perché tutti amano i Queen, persino gente tagliata fuori dalla passione musicale come il sottoscritto. Una colonna sonora a prova di bomba, e la cosa vien da sé. Una storia che si prestava assai bene ad essere sceneggiata, dato il percorso larger than life vissuto dalla band, e dal suo volto più conosciuto. Amore e morte (il vecchio binomio che funziona sempre, assieme all’altrettanto sempreverde Sesso&Soldi), trionfo, eccessi, scandalo e bestemmia agli occhi della società dell’epoca (e di oggi).

Da buon ignorante, mi sono approcciato a questo film raccattando più informazioni possibili sulla vita di Mercury, e ci ho trovato dentro tanti di quegli spunti narrativi da permettermi di essere speranzoso:

  • Il vero nome di Mercury era Farrokh Bulsara, nato e cresciuto a Zanzibar da genitori parsi: dopo aver trascorso parte della sua giovinezza a Bombay, era approdato a Londra attorno ai vent’anni, come il protagonista di un qualche romanzo di Balzac ambientato nell’altrettanto viziosa Parigi. L’identità parsi di Mercury è stata letteralmente sepolta, e ad opera del cantante stesso: venghino siori venghino, abbiamo qui l’identità frammentata e multiculturale, il rifiuto non delle proprie origini, ma addirittura di quasi 20 anni della propria vita (I feel you, Freddie). Abbiamo la storia di un immigrato africano di origine indiana, un prodotto del morente impero coloniale britannico che finirà per dare lustro alla Gran Bretagna del Ventesimo secolo, quella sempre meno capace di contare sul piano internazionale, ma sempre più abile ad affiancare gli USA nella capacità di creare nuovi modelli e nuove categorie per la cultura pop globale.
  • Mercury era gay, forse bisessuale, incline a festini orgiastici (come darti torto, Freddie?) e all’uso, abuso e stra-abuso di droghe (beh, questo era attendibile: parliamo di una rockstar degli anni Settanta, ma l’argomento tornerà in questa recensione). Aveva una vita sessuale che definire libertina sarebbe un eufemismo, peraltro arricchita da un gusto innato per il camp (party dove i nani servivano la cocaina in piatti d’argento? Ma dove siamo, in un film di Jodorowsky? VE LO MERITATE JODOROWSKY! Eccetera eccetera, scusami Nanni ma se non ti cito ad ogni post mi sento male).
  • Mercury e il resto della cumpa (Deacon, Taylor, May, tutt’altro che figure sullo sfondo) erano dei nerd, e lo sono stati quando essere nerd non era ancora di moda. D’altronde, se oggi un designer, un ingegnere elettronico e un astrofisico (Taylor, se non erro, si era invece laureato in biologia) si mettessero insieme per fare una band, cosa ne uscirebbe fuori? Traslando i background dei rispettivi componenti nel 2018, probabilmente avremmo qualcosa a metà strada fra gli Offlaga Disco Pax e i Baustelle. L’INDIE, Dio santissimo. A supporto della tesi “i Queen erano dei nerd maledetti”, Vostro Onore, allegherò una serie di succose prove.
  • La morte di Mercury, ovviamente. Non soltanto il profeta del rock pieno di virtuosismi vocali e strumentali è morto di AIDS, la malattia che uccide innanzitutto socialmente, ma è morto nel 1991. All’inizio degli anni ’90, essere sieropositivi voleva ancora dire aver contratto “il cancro dei gay” (tanto per citare Philadelphia di Demme). E la gestione della malattia da parte di Mercury, da questo punto di vista, è stata degna dello stereotipo della rockstar maledetta: ritiratosi nelle sue ville da sogno, coprendo col silenzio la verità di quanto stesse accadendo, Mercury ha rivelato il male di cui soffriva solo il 23 novembre 1991, un giorno prima di morire. Il cantante dei Queen non è soltanto deceduto; negli anni che vanno dal 1986 alla fine è progressivamente sparito dal mondo materiale. Attenzione, con ciò non intendo esprimere un giudizio morale sulla gestione della malattia (soprattutto a livello di immagine pubblica) da parte di Mercury: voglio soltanto sottolineare come tutto questo mi risuoni sinistramente dentro, conformandosi ad un topos narrativo che mi porto dentro. Quello della rockstar crepuscolare che si ritira nella sua magione da favola, modello Charles Foster Kane. Per poi venire rivelata al mondo, anni dopo, come un vampiro…ok, tralasciamo, stiamo scivolando verso Rock’n’rule, e non è quello il film in analisi oggi.  Dicevamo: il vocalist dei Queen si è assottigliato nel fisico, ha rinunciato alla vita sociale ed ai concerti dal vivo; è divenuto una voce senza corpo, fino a che la malattia non gli ha tolto anche quella. Un lento crepuscolo, ancora più terribile perché ne sappiamo poco o nulla. Il che, bisogna dirlo, scatena le nostre (mie) fantasie. Il tema dell’uomo uber-vitale che declina è abbastanza popolare in questi anni (qualcuno ha detto Loro di Sorrentino, per caso?), e mi aspettavo che questo film, illustrando gli ultimi anni di Mercury, potesse darci la rappresentazione ultima e insuperabile di questo tema. Non è stato così.
  • Il regista (ufficiale) del film è Bryan Singer, alias l’uomo che ha dato vita all’universo cinematografico degli X-Men. Beh, ha anche girato I soliti sospetti, uno dei migliori film degli anni Novanta. Ironia della sorte, sia lui che Kevin Spacey (che recitò in quel film, nel ruolo di…lasciamo perdere) sono stati cacciati da Hollywood sull’onda del #MeToo.
  • Ovviamente, il film aveva tante buone premesse, quanti potenziali problemi: Singer è stato cacciato dal set prima che l’opera fosse completata. Inoltre, Bohemian Rhapsody è stato prodotto da Brian May e Roger Taylor, che pare abbiano pesantemente influenzato la genesi della pellicola, proponendo una versione decisamente edulcorata del periodo d’oro dei Queen.
  • Il film è un PG-13, cosa che ha avuto conseguenze disastrose sulla qualità dell’opera, come andrò a illustrare.

Ok, abbiamo terminato con le premesse. Musica, maestro!

 

 

Bohemian Rhapsody si apre con un falso piano sequenza che segue Freddie Mercury prima di salire sul palco del Live Aid. E un attimo prima che si scateni la baraonda, si torna indietro. In altre parole, l’intero film è un gigantesco flashback (con l’esclusione dei 20 minuti finali). D’altronde, Singer non è nuovo alle manipolazioni temporali, che spesso gli riescono molto bene (I soliti sospetti, X-Men: Days of Future Past).

Ci spostiamo quindi a Heathrow, nel 1970. Il buon Bulsara lavora come facchino al servizio bagagli dell’aeroporto, con evidente insoddisfazione. Di giorno, quantomeno. Durante la notte, invece, partecipa alla vita notturna della Swingin’ London (che, a giudicare dai racconti dell’epoca, era molto più animata, colorata e creativa di quanto venga mostrato nella versione filmica del nostro grigio 2018). Durante un concerto al college, Mercury/Bulsara ascolta gli Smile, una band composta da Brian May, Roger Taylor e altri (non meglio specificati) membri. Nella stessa occasione, incontra Mary Austin: una che oggi definiremmo “alternative“, e che è stata prima amante, poi amica e confidente fedele del nostro eroe.

Da questo punto in poi, il film segue il classico itinerario del biopic hollywoodiano: i giovani outsider uniscono le forze, suonano una musica mai immaginata prima da nessuno, sono speciali (banalità, qualcuno ne sentiva la mancanza?) e quindi non hanno dubbi, battute d’arresto o momenti di crescita artistica. Loro sono i Queen, punto. E’ vero, sudano sette camicie per comporre la canzone che dà il titolo al film, ma quella è l’unica scena che faccia intuire un processo di crescita che, nella realtà, ha avuto certamente luogo. Per giunta, la scenetta dei “Galileo” ripetuti all’infinito, che nel trailer sembrava essere molto più ritmata e divertente, qui si dimostra anonima: questo film patisce di un montaggio assolutamente ordinario, con pochi guizzi qua e là (cosa che si rende evidente soprattutto nelle scene ambientate durante i party: ho visto feste parrocchiali più spontanee e trasgressive delle orge di questo Freddie Mercury). Arrivati al momento in cui i Queen concepiscono il loro capolavoro, tuttavia, entra in scena qualcun altro. E’ l’ora della Checca Malefica.

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In poche parole, uno dei compagni conosciuti di Mercury viene trasformato in una checca (la vocina del doppiaggio italiano è semplicemente insopportabile) profittatrice ed infida, che succhierà via dal buon Freddie tempo, denaro e talento. Da questo momento in poi, il sottotesto (non saprei dire quanto voluto, sinceramente) che affossa il film diventa palese: Freddie Mercury era giovane, bello, vitale e pieno di talento, amava Mary ed era da lei riamato, ma era gay. E dalla sua omosessualità discesero tutti i suoi guai: i litigi con gli altri membri della band, gli anni spesi da solo in un’enorme villa piena di gatti, la discutibile vita notturna. Ora, delle abitudini orgiastiche di Mercury ho già parlato in breve: ebbene, tutto ciò che di esse vediamo sono un paio di feste con gente vestita di pelle nera e pellicce, che alza i calici al cielo in allegri brindisi al suono di epiteti come “tesoro”! Insomma, siamo tornati indietro di trent’anni fino a Piume di struzzo, il film in cui Robbie Williams giocava con gli stereotipi della comunità gay. Ma quella era una commedia, per Cristo! Qui la voglia di ridere passa in fretta, man mano che LO SBAGLIO si dispiega davanti ai nostri occhi.

La Checca Malefica allontana Freddie dai suoi amici; uno dei Queen durante il film arriverà a dire che “non ci piacciono le persone di cui ti circondi, Fred”. Le frequentazioni e abitudini di Mr. Mercury vengono esposte con scioccante coraggio: per dirne una, la parola “cocaina” non viene MAI pronunciata in tutto il film. Viene inquadrato per forse due secondi un tavolo con un pizzico di coca, e qualcuno pronuncia le parole “polverina magica”. Nessuno viene ripreso nell’atto di pippare, e non sono presenti atti di copula (tranne quelli approvati dal senso comune: maschio con femmina, Freddie con Mary Austin). Gli altri membri della band non assumono nulla di più pesante del whisky. A questo punto della visione, una serie di domande mi sono salite dal cuore:

Dove sono le orge? Dov’è la coca, dove sono le pasticche, gli eccitanti, i festini, i ragazzi coi completi in lattex, i nani che portano vassoi colmi di ogni bene del Diavolo? Dove sono i cuori infranti, i culi spaccati, i corpi sudati? Dov’è il desiderio, la brama di vivere per dirla alla Van Gogh?

Tutto questo, semplicemente, non c’è. Bohemian Rhapsody è un corpo (neanche troppo bello o memorabile a vedersi, dal punto di vista dell’estetica filmica) privo di desiderio bruciante, e di cuore. Il resto del film ci regala scenette memorabili (in negativo):

  • La Checca Malefica che porta Freddie in Germania, “obbligandolo” a una vita di party folli con dei tedeschi che sembrano usciti dall’idea che le mamme degli anni ’80 avevano dei Bauhaus;
  • La Checca Malefica viene finalmente scaricata da Freddie, che si mette con la Checca Buona (il livello di caratterizzazione, infatti, si mantiene su questo sconcertante livello);
  • Freddie presenta la Checca Buona ai suoi genitori, nella Gran Bretagna del 1985, e si finisce nella commedia americana di serie Z, con Freddie che fa al padre “Babbo, vado a suonare al Live Aid per aiutare i bambini dell’Africa!” e il babbo che gli fa “Figliolo, sono orgoglioso di te. Hai rinnegato le nostre radici culturali, e cambiato nome per quanto ti stavo sul cazzo. Per Zarathustra, però, hai fatto montagne di soldi!” (alcuni dialoghi sono stati cambiati per non offendere il buongusto dei lettori);
  • Preferirei sorvolare sulla scena in cui Freddie, in tour, si rende conto di essere gay perché si attizza nell’osservare un barbuto e panzuto camionista americano che sta entrando nel cesso di un autogrill. Preferirei sorvolare, ma non posso, perché in questo film nato vecchio l’omosessualità è rimasta esattamente come la si percepiva negli anni ’80, una roba da checche isteriche e tizi coi baffetti che indossano piume di struzzo, ansiosi di farsi possedere dal Signor Nerboruto di turno;
  • Ah, vi ho già parlato del Momento Beautiful in cui Freddie confessa a Mary di essere bisessuale, e lei parte col pippone: “Oddio, Freddy, sei gay! Perché? Perché mi metto sempre con l’uomo sbagliato? E quello che non è convinto, e quello che non ha tempo per me….e QUESTA NON E’ NEPPURE COLPA TUA”..
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Reperto numero uno, Vostro Onore: se non è nerd utilizzare le illustrazioni a tema Fantastico di un francese dell’800 per il proprio album, allora non so più cosa sia, un nerd.

Andando avanti veloce, i nostri baldi giovini giungono al concerto del Live Aid, che il cast del film ripropone in versione pressoché integrale, copiando i Queen movenza per movenza, un secondo dopo l’altro. Si vede che ci hanno messo il cuore, e c’è anche qualche piccolo virtuosismo di camera: inquadrature strette, che seguono i protagonisti per poi distaccarsene improvvisamente, con la camera che gira intorno a loro, senza mollarli mai ma rendendo la scena sincopata quel tanto che basta. Parliamoci chiaro, il pubblico era in visibilio durante questa scena: ma hey, stiamo parlando di 20 minuti di musica dei Queen sparati ad altissimo volume in una sala buia, non di un concerto di Cremonini (che fra l’altro ha un tatuaggio raffigurante Freddie Mercury sul braccio, ed ha confessato di aver scelto la carriera musicale per via dei Queen. Mortacci tua, Freddie, e mortacci mia che guardavo questi programmi di pseudo approfondimento culturale all’una di notte). Un pò di eccitazione mi sembra il minimo sindacale.

Il film termina con il concerto-apoteosi, ma c’era una scena, prima del concerto, sulla quale ho riflettuto a lungo. Freddie confessa ai suoi fidi moschettieri di avere l’AIDS (in realtà, pare che i Queen lo abbiano saputo verso l’88-89, quando le condizioni fisiche del cantante si stavano già aggravando), e se ne esce con qualcosa come “non farò il loro uomo immagine anti-AIDS, né il monito delle conseguenze di un cattivo comportamento”, dove per loro immagino gli sceneggiatori intendessero gli uomini comuni, armati di bigotto senso comune senza sicura. Ora, posso anche capire la seconda parte dell’affermazione, ma è la prima che non mi va giù ancora adesso, a giorni di distanza dalla proiezione. Se c’è una critica che sia mai stata mossa a Mercury, è proprio quella di aver nascosto la sua malattia, per motivazioni che potevano andare dalla difesa della propria privacy ad una forma di vergogna. Dato che l’AIDS portava, e porta tutt’oggi con sé. un vero e proprio stigma sociale di esclusione, il coming out del cantante più famoso del mondo (all’epoca) su questa malattia avrebbe potuto sortire un effetto dirompente, finalizzato al (parziale) superamento del silenzio imbarazzato attorno ai malati di AIDS. Un tema complesso, questo: chi potrebbe davvero biasimare Mercury per essersi protetto come poteva negli ultimi, sofferenti anni della sua vita? Ad ogni modo, questa complessità nel film viene ridotta a “non farò l’uomo-immagine della lotta all’AIDS”. No, no, NO! Capisco tutto, necessità di far cassa e quant’altro, ma il voler trasformare questo film in una pappetta per lobotomizzati non mi va giù.

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Reperto numero due, Vostro Onore: ce lo ricordiamo, vero, che i Queen hanno scritto la colonna sonora di QUESTA ROBA QUI?

Resta qualcos’altro da dire, sulla pellicola in sé? Beh, sì. Guardate qualsiasi video musicale dei Queen, o qualsiasi loro esibizione dal vivo: era una band che oscillava dal Manierismo al Barocco Pop, per la sua capacità di combinare riferimenti diversissimi fra loro, per la complessità visiva e musicale della sua produzione (in Innuendo e It’s a hard life, ad esempio, il legame fra musica ed immagini risulta imprescindibile). Di questa ricchezza artistica, nel film non c’è traccia. Non aspettatevi montaggi alternati, composizione multipla dell’immagine o passaggi lisergici. Il piattume, fatto e finito. E dire che sarebbe bastato ispirarsi ai video ed alle esibizioni di Mercury e soci, magari alternando alla grandiosità visiva degli show la crudezza vitale dei baccanali compiuti in privato dalla Regina dei Queen. Sarebbe stato un altro film. Rifacciamoci un pò gli occhi, via:

 

 

Infine, la delusione provocatami da questo film, che possiamo dichiarare fallito nonostante le sue immani premesse e promesse, ha suscitato alcune riflessioni di contorno.

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Reperto numero tre, Vostro Onore: e questo si commenta da sé.

 

Riflessione numero uno: ce la prendiamo spesso con la Hollywood sempre più disneyficata e schiava del PG-13. Beh, facciamo benissimo. L’incapacità di mostrare un qualsiasi comportamento “deviante” o suscitatore di commenti sdegnati su Fb, infatti, sta trasformando i film nell’equivalente della pappa d’avena: per accontentare tutti, vengono privati di qualsiasi sapore caratteristico. Quel che rimane, lo si può mettere nella tazza di latte al mattino quando si è a dieta (la strada per l’inferno è lastricata di Gocciole, egocentrismo e tempo perso). Ora, se ammettiamo che i biopic abbia senso farli sui personaggi notevoli d’una qualsiasi epoca, dovremmo anche ricordarci che “personaggio notevole” spesso sta per “personaggio che precorse i tempi, che diede scandalo”. Trasformare tutte le storie individuali in “era un grande perché era il migliore nel suo campo, peccato che ai suoi tempi non ci fosse LinkedIn” mi lascia pensare che, sebbene il buonismo (come viene inteso dai mercanti d’odio nostrani, quantomeno) non esista, esiste certamente una fortissima spinta alla mediocrità e al conformismo più becero. Una pulsione allo squallore quotidiano, se volete, nella quale il mondo occidentale sta indugiando da troppo tempo. Non si può appiattire tutto: le differenze esistono. Non si può rendere tutto accettabile per il pubblico: le contraddizioni, i lati oscuri, le parti indigeribili di un personaggio, rappresentano ciò che, in definitiva, lo rende umano. Espungere tutto questo vuol dire presentare il Nulla al pubblico. Un pubblico sempre incolto, spesso ignobile, incapace di uscire da questa gabbia di rigido conformismo che lo attanaglia. Un pubblico che, se avesse osservato il “suo” Freddie penetrare un suo amante mentre sniffava cocaina dalla sua schiena (sì, noi piccolo borghesi abbiamo l’immaginazione pruriginosa. D’altronde, siamo stati noi ad uccidere Madame Bovary), forse all’uscita dal cinema non avrebbe continuato a fischiettare le sue canzoni. Personalmente, cerco altro. Cerco i personaggi alla Aguirre o alla Fitzcarraldo, o quantomeno gli Charlot di Attenborough: cerco gli umani, forse perché questi anni di rovesci, questi anni perduti di orrore che pagherò per il resto della vita, e in modi che ora non posso nemmeno immaginare, mi hanno segnato. Credo che tutti soffrano (e un tempo non la pensavo mica, questa cosa; un tempo ero l’unico a provare dolore, coi fantocci di carne attorno a me a fare da contorno); e non capisco perché non possano trasformare la sofferenza in comprensione, o allargamento degli orizzonti, o addirittura in qualcosa di bello. Perché deve sempre scaturire un mix di cinismo d’accatto, depressione, vittimismo e ristrettezza mentale? Lo chiedo a me stesso, e a tutti gli altri. Siamo decisamente poveri.

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Ultimo reperto, Vostro Onore: nei suoi giorni di gloria, il buon Freddie era ossessionato dal Bianco e dal Nero come tema cromatico, e come idea…
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…tanto che finì con l’ispirare uno dei più intriganti proto-RTS mai prodotti da una software house. Più nerd di così!

 

Riflessione numero due: la società occidentale ha un grosso problema con il proprio passato, ed ora anche con il passato recente. Come quando si cerca di rimuovere Mark Twain dalle scuole, perché usa la parola negro, così si sta cercando di trasformare la percezione delle star musicali, proiettando l’immagine di quelle contemporanee su quelle del passato. Il punto è che i Queen non avevano legioni di social media manager, attenti a qualsiasi parola e foto pubblicata su decine di profili diversi; non cercavano di seguire TUTTE le pseudo-cause sociali acchiappalike in stile Justin Bieber, Selena Gomez e compagnia vomitante. Si drogavano come bestie, certo: e lo fanno anche i cantanti plastificati di oggi, solo che han fatto firmare a tutti i partecipanti dei loro festini degli accordi di riservatezza con clausole milionarie. Bohemian Rhapsody è culturalmente scorretto, e storicamente disonesto: parliamo dei Queen, parliamo di una rock band degli anni Settanta e Ottanta. In quel periodo, negli ambienti musicali e cinematografici, si drogavano TUTTI (e la droga era di una qualità fantastica, a detta di Keith Richards): TUTTI vivevano promiscuamente, e i preservativi erano un optional. La prima celebrità a morire di AIDS è stata una vecchia gloria di Hollywood, Rock Hudson. Un attore, non un cantante. E l’andazzo è proseguito a lungo, basterebbe ricordarsi della morte di River Phoenix nel 1993. Abbiamo dimenticato le foto dei Metallica che si masturbano sotto la doccia mentre mandano a fanculo il mondo, o David Bowie che sopravviveva nutrendosi di latte e cocaina durante le riprese di Labyrinth. Non si può fare un biopic su Mercury, considerato un party animal in un ambiente che accetta i baccanali come qualcosa di ordinario, ed omettere tutto questo. E’ un lato scomodo? Forse lo è per coloro che non si interessano abbastanza ai loro miti da studiarseli. L’opulento Occidente ha gradito i suoi menestrelli degenerati, ai quali è stato permesso fare ciò che il signor Rossi non poteva. Ora li rinnega, li dimentica, opera un drug-washing che trovo semplicemente intollerabile. Un film su di una rockstar senza postumi da sbornia, senza crisi di astinenza e senza gente rovesciata su di un pavimento in stato catatonico, è un film che vi sta vendendo un’immagine del mondo falsa e fuorviante, né più né meno d’una qualsiasi pubblicità. Non credo si tratti del salutismo imperante: temo, piuttosto, che in un mondo stritolato da dieci anni dalla Grande Crisi, dove uscire per farsi una pizza con gli amici è già una conquista rimarchevole, sia meglio non ricordare troppo alla semi-defunta classe media cosa volesse davvero dire living on the edge. E dire che io ci metterei la firma, a fare almeno un anno da Freddie Mercury. Un anno di amanti dei quali non ricordi neppure il nome, ville sfasciate e droga, droga, droga. Perché se molti hanno fatto uso di droga, occorrerà pur ricordarlo, un motivo c’è: ti fa sentire un dio. Poi ti uccide, questo è chiaro, ma mi uccideranno anche le sigarette, e loro non mi hanno mai dato un piacere così intenso. Né mi hanno fatto scopare così tanto, per dirla tutta. Insomma, stiamo rinnegando ciò che è stato. E questo non è mai bene, anche se parliamo di edonismo consumista e showbiz: perché falsare la Storia equivale ad uccidere il futuro. Per citare Merlino, l’uomo che mente assassina una parte del mondo.

Ultima riflessione: come disse una volta la mia amica XXZ commentando It’s a hard life, nelle canzoni dei Queen c’è tanta disperazione con un fondo di speranza. Freddie Mercury era fatto di carne, sangue e desiderio, di vuoti e di momenti semidivini, di tanto dolore fisico e difficoltà di auto-accettazione. Di quest’uomo carismatico, creativo, coraggioso, emotivamente instabile, insaziabile nella ricerca dei piaceri così come nella produzione artistica, nel film non si vede nulla. E’ la grandezza individuale di Mercury (e degli altri Queen, se è per questo) a mancare, a rendere quest’opera la più grande occasione sprecata del 2018 in campo filmico, e una grandissima delusione per il sottoscritto.

Come stava scritto su di un muro del mio liceo, i Queen senza la Regina non sono più i Queen.

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