First Man.

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Ti avevo avvertito, Damien Chazelle.

Ti avevo detto di non farlo.

Ti avevo ingiunto di non rovinare la più grande storia mai accaduta nel lungo (o breve, a seconda di quale angolo di cielo ci guardi) racconto corale della storia umana.

Ma tu non mi hai ascoltato, Damien Chazelle. Ed ora, per colpa tua, dovrò demolire un film di discreta fattura, e farlo un passo alla volta.

Partiamo da una piccola introduzione di carattere storiografico. Il 20 luglio 1969, la missione Apollo 11 atterra sulla Luna. Ne discendono due uomini: Neil Armstrong, il Primo, e Buzz Aldrin, il Secondo. Michael Collins resta in orbita attorno alla Luna, a vegliare sui suoi compagni di viaggio. Deve garantire il ritorno di tutti. Penso spesso a Michael Collins. L’uomo, anzi l’astronauta pilota (e questa è la prima di molte citazioni doverosamente tratte da Uomini Veri, alias THE RIGHT STUFF, il Grande Film Americano sulla Corsa allo Spazio) che ebbe la Luna incorniciata nel proprio minuscolo oblò, e non poté andare oltre. L’altra cosa a cui penso spesso, è che questi tre uomini sono tornati indietro, vivi, dalla più grande impresa nella storia della nostra specie (non cultura, nazione o civilizzazione: specie), e nessuno di loro ha scritto un’autobiografia che abbia venduto cento milioni di copie. Perché? Eppure, sappiatelo, per diventare astronauti occorre affrontare un processo di selezione durissimo. Diventare atleta professionista, a confronto, rappresenta un’impresa della domenica. L’astronauta rappresenta il meglio di ciò che l’umanità abbia da offrire: l’unione di corpo, mente e cuore.

Un corpo temprato dall’esercizio fisico e dal disagio, certo, ma al tempo stesso sapientemente programmato da automatismi. Quegli automatismi generati tramite azioni ripetute centinaia, migliaia di volte: essi sono necessari, perché ciò che ti salva la vita, nell’ignoto spazio profondo, è la procedura. Non importa quale essa sia: qualsiasi procedura sviluppata a Cape Kennedy, Houston, Kourou, Baikonur va seguita. Perché l’astronauta non è un divo del cinema, della TV o dello sport: se compie un errore, muore.

Una mente che sia stata resa edotta dei principi scientifici occidentali, di migliaia di dettagli tecnici e leggi fisiche che, ancora una volta, fanno la differenza fra vita e morte, Lassù. Una mente razionale, una mente capace di autocontrollo. Di resistenza. Persino di resilienza, di fronte a situazioni disperate.

Un cuore che sia in grado di tremare di fronte allo spazio, senza farsene spezzare. Un cuore con abbastanza sentimenti da concepire l’idea di poter spiccare fra mille altri, e salire lassù, oltre nuvole e cielo. Un cuore che concepisca la competizione, senza farsene schiacciare né inebriare. Un cuore abbastanza forte da portarti fin lassù, allontanandoti da un mondo di mutui a tasso variabile, di visite dal dentista e di coppie che si lasciano via SMS. Almeno per qualche ora.

Io li ammiro, gli astronauti. E nella corrosiva, crescente nube di cinismo che sta avvolgendo sia il mondo occidentale che il mio mondo, questa ammirazione non è mai diminuita.
Anzi, temo che sia persino cresciuta. Il cuore si gonfia e si spacca quando si pensa a certe cose, ed esce tutto fuori, come una calda cascata che ti inonda le vertebre. Gli organi interni cominciano a nuotare dentro questo fluido, e ne vengono vivificati.

Dicevamo.

Il 20 luglio del 1969, L’Uomo ha vinto. Il 20 luglio del 1969, come accaduto in poche altre occasioni nel corso del Ventesimo secolo, è valsa la pena di scrivere titoli roboanti a caratteri cubitali. Anzi, nessun titolo sarebbe stato abbastanza magnificente per l’evento.

giornale d'italia

 

“Noi”

 

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L’eco di quanto accade è immensa. Si tratta di uno dei primi eventi dalla diffusione globale nella storia dei moderni mass media. D’altronde, le implicazioni di quanto accaduto sono tali e tante da far venire un capogiro. La più grande impresa scientifica della storia umana (ancora imbattuta a tutt’oggi, peraltro. Un tempo avrei tifato per Internet, ma non mi sembra che le cose stiano funzionando alla grande) è stata compiuta. Gli Stati Uniti hanno vinto la corsa allo spazio, e conquistato una bella fetta di immaginario collettivo mondiale, il che non guasta mai: siamo ad uno degli apici della Guerra Fredda. Le volontà del presidente Kennedy sono state rispettate, a sei anni dalla sua morte: e l’opera di mitizzazione della sua figura, cominciata allora e terminata solo in tempi recenti, ne uscì ancor più rafforzata.

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Tutto questo, e non s’è riusciti a ricavare un film all’altezza dell’impresa compiuta. Perchè?

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Il primo problema deriva dalla mancanza di tensione drammatica: la missione Apollo 11 andò bene, fu un immenso successo. Trasposta al cinema, essa mancherebbe dei momenti “oh mio Dio non ce la fanno” e dei momenti “adesso devono ricominciare tutto daccapo, vai col montaggio alla Rocky!” che sono tanto cari al cinema mainstream americano. Senza tensione, disastro sfiorato, paura di non farcela, il film non vende. Certo, in una storia del genere ci sarebbero tante altre cose da raccontare: gli anni che precedettero lo sbarco, il lavoro di migliaia di uomini che lo rese possibile. L’atmosfera che si respirava allora in una parte di America, quel luogo incredibile che era la NASA degli albori. La storia di Neil Armstrong, certo, ma soprattutto il suo essere protagonista soltanto di una parte del libro: un libro che l’umanità stava tentando di scrivere dai tempi dei fratelli Wright, o forse di Icaro. Chazelle tenta di fare alcune di queste cose. Fallendo, sia ben chiaro.

Chi è Damien Chazelle, comunque, e perché riporre tanta speranza (delusa) in lui?

Chazelle è un figlio dell’élite americana. Suo padre fa il professore d’informatica alla Princeton University, mentre sua madre insegna Storia medievale al The College of New Jersey. Il giovane Damien, dunque, è un privilegiato ai massimi livelli: non perché nasca da genitori benestanti, ma perché i suddetti genitori vivono ed operano in uno dei massimi centri di produzione della cultura occidentale. Ha tutta la mia invidia.

Dopo aver frequentato l’Università Di Harvard, ed aver tentato invano di crearsi una carriera nel jazz, Chazelle si dà al cinema. Scrive e dirige il suo primo film a 24 anni, ma di quel film non sappiamo assolutamente nulla e non ci interessa. Nel 2014, a 29 anni, Chazelle fa il botto con Whiplash. Un grande film, spietato e claustrofobico manuale di istruzioni per raggiungere il successo nella propria professione, quale che essa sia. Chazelle sembra avere le stimmate della grandezza, vista anche la sua giovane età. Il suo film successivo è La La Land, un affresco nostalgico di certa Hollywood reso utilizzando un genere morto e sepolto – il musical. Questo film danneggia Chazelle in due modi: gli regala un successo planetario, convincendolo di essere già uno dei grandi del cinema mondiale, e gli fa credere di aver trovato la propria musa in Ryan Gosling. L’uomo con la faccia espressiva quanto un plinto di calcestruzzo. Eppure, la blasfema unione ha la sua ragion d’essere: Gosling è sempre più sulla cresta dell’onda, a partire dall’anno del Signore 2009 (Drive, Nicholas Winding Refn), dopo aver passato quasi un decennio nell’anonimato. Sarà che a me Gosling stava simpatico prima, quando aveva fatto un bel film come The Believer (nel ruolo di un ebreo nazista, cosa che a leggerla fa ridere) per poi sparire dal cinema che conta. Oggi, grazie ad un’avvenenza innegabile ed al potere di produttori e registi, Gosling è IL volto di Hollywood. Quello che fa i film riservati esclusivamente, non molto tempo fa, a Damon e Di Caprio.

Cosa nasce, dunque, dall’incontro fra un regista in rampa di lancio mondiale, un attore sulla cresta dell’onda e la più grande storia mai raccontata?

Un film come First Man, che ci dimostra quanto inefficace sia lo “stile” che si sta imponendo a Hollywood in questi giorni. Musica, maestro.

 

In buona sostanza, il cinema americano ha deciso di coniugare questi tre elementi: intimismo da Sundance Film Festival, attori dal nome conosciuto ed effetti speciali all’avanguardia per non annoiare il pubblico.

In ossequio all’intimismo, la più grande impresa collettiva della storia dell’umanità diventa la battaglia personale di un uomo, Neil Armstrong, che ha perso la figlia a causa di una malattia e per questo si seppellisce ossessivamente nel lavoro, fino a raggiungere la Luna.

In ossequio all’intimismo, un film che dispone del budget sufficiente a mostrare grandiose riprese della titanica base NASA, o molteplici scenografie che ricostruiscano l’America degli anni Sessanta, si svolge in gran parte in ambienti chiusi, con riprese “strette” che tendono a seguire ovunque il personaggio di Armstrong senza mai “respirare” e allargarsi, con l’eccezione di una sola scena.

In ossequio all’intimismo, del senso di solidarietà professionale scaturito fra ingegneri, astronauti, collaudatori e tecnici di ogni sorta – dipinto magistralmente in un film corale come THE RIGHT STUFF – non resta quasi nulla. Resta, invece, l’etica del lavoro personale di Armstrong, tale da inficiarne il rapporto con la moglie ed i figli. E se da un lato posso capire l’intenzione di Chazelle, che vuole guardare “dentro il tinello” della famiglia di quello che la propaganda trasformerà in un Eroe Americano, dall’altro non posso che biasimarlo per questa scelta. La deriva intimista, hollywoodiana e non solo hollywoodiana, sta cercando di diffondere un nuovo modo di raccontare la Storia. Un metodo di narrazione storiografica che sia lontano dalla retorica propagandistica, d’accordo, ma che nel caso di eventi come la corsa alla Luna tende ad essere lontano anche dall’oggettiva straordinarietà dell’evento preso in analisi. Il viaggio di Armstrong, che ancora a distanza di 50 anni non è che un seme in attesa di fiorire, trasformandosi nel messaggero del futuro “spaziale” dell’Uomo, diventa una metafora del superamento del lutto. Lutto che c’è stato, certo; ma ridurre la storia dell’Apollo 11 alle ossessioni personali di Armstrong significa privarla del sense of wonder, che rappresenta l’ingrediente base dell’esplorazione spaziale. Il film non è tecnicamente mal riuscito, insomma: ma Chazelle ha deciso di farne un’opera intimista e pragmatista, che ben si adatta a questi tempi di cinismo, individualismo ed egomania imperanti. Considerando la potenza narrativa del materiale di partenza, e il budget a disposizione del regista, questa scelta rappresenta un qualcosa di imperdonabile. Per di più, dato che gran parte del film si regge sulle spalle dell’inespressivo Gosling, la credibilità dell’Armstrong-personaggio rasenta lo zero. Nel momento in cui viene a sapere della morte di Gus Grissom e dell’equipaggio di Apollo 1, Gosling fa le faccette. Le faccette. Davvero, uno non vorrebbe infierire, ma se l’espressività non ce l’hai, non ce l’hai. Ed è inutile cercare di imitarla.

L’unica scena che ci dà un saggio della bravura di Chazelle, e che dimostra cosa questo film sarebbe potuto diventare, è quella dell’allunaggio. Che si svolge in silenzio; parlano solo immagini e musica, quindi parla il Cinema.

Sul finale sarà meglio sorvolare, invece. Si torna alla dimensione familiare, con una sensazione “terrena” della quale non si sentiva la mancanza. Anche perché, tolto il personaggio di Armstrong, il resto (moglie compresa) fa da mero contorno, e non si lega granché coi personaggi.

Visto l’amore che avevi dimostrato col cinema classico con La La Land, caro Chazelle, credevo che avresti rifatto un “classicone” sull’esplorazione spaziale. E invece, hai tentato di girare Whiplash nello spazio, senza la tensione di quella tua opera giovanile. Ne è uscito un film discreto, che per storia di partenza e valori produttivi rappresenta uno dei più grandi sprechi del decennio. Eppure, io non perdo la fede. Credo ancora nello Spazio, e quando questo grigiore passerà, qualcuno verrà. Verrà e farà un film che valga almeno un’oncia di THE RIGHT STUFF: la fiamma si riaccenderà, e torneremo a sfidare la Caverna della notte.

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