Il Canto di Kali.

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Vi sono luoghi troppo malvagi perché sia consentito loro di esistere. Vi sono città troppo maligne per essere tollerate. Calcutta è uno di quei luoghi. Prima di Calcutta sarei scoppiato a ridere a un’idea del genere. Prima di Calcutta non credevo nel male, non certo come a una forza indipendente dalle azioni degli uomini. Prima di Calcutta ero un idiota. (…) Prima di Calcutta partecipavo alle marce contro gli armamenti nucleari. Ora sogno nubi atomiche a forma di fungo che sbocciano su una città. Vedo edifici liquefarsi in laghi di vetro. Vedo strade asfaltate scorrere come fiumi di lava e fiumi autentici consumarsi ribollendo in enormi geyser di vapore acqueo. Vedo figure umane danzare come insetti in fiamme, come oscene mantidi religiose che crepitano e scoppiano su uno sfondo rosso fuoco di distruzione totale. La città è Calcutta. I sogni non sono sgradevoli. 

Questo è l’incipit de Il canto di Kali, romanzo dell’americano Dan Simmons e vincitore del World Fantasy Award nel 1986. Notevole, per un’opera prima. Simmons aveva già scritto racconti di vario genere, ma questo romanzo rappresenta la sua prima opera ambiziosa, capace di proiettarlo nel gotha degli scrittori di genere fantastico a livello mondiale. Questo è un grande libro, impressionante, scritto da Dio per ottenere la ricerca di una specifica atmosfera. Eppure, questo è anche un libro razzista. Il che dimostra come sia sempre valida la massima che ci permette di godere ancora oggi delle opere di Lovecraft: devi giudicare l’opera, non l’autore.

Il libro narra la storia di Robert, un editor americano inviato a Calcutta per verificare se il poeta indiano Das, allievo di Tagore e noto a livello globale, sia vivo o no. Dato che, a quanto sembra, qualcuno che sostiene di essere Das è ansioso di fornire alla casa editrice di Robert un nuovo manoscritto. Peccato che il celebre poeta Das risulti già morto.

Non fatevi ingannare: questa non è una storia di spettri, ma una storia di possessione. La possessione di una megalopoli, di un intero continente, forse addirittura del mondo, da parte di un’energia talmente malvagia e caotica da andare al di là dell’idea di Male concepita da noi occidentali.

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Robert parte con la sua famiglia: la moglie Amrita, brillante e posata matematica di origini indiane, e la figlioletta Victoria, praticamente neonata.

Sarà bene specificare che Simmons si è effettivamente recato a Calcutta, mentre stava lavorando a questo libro. Che la Calcutta del 1985 fosse un immenso deposito di corpi non lavati, una megalopoli da Terzo mondo capace di scioccare fin nell’intimo l’animo di uno scrittore americano poco avvezzo alle profonde diversità culturali presenti sul pianeta, non mi stupisce. Un luogo, insomma, capace di scuotere lo sguardo mio e vostro, cari lettori inesistenti. Ma tra ciò che Simmons vede, e ciò di cui Simmons scrive, c’è un’immensa differenza, dettata da due elementi: una tecnica di scrittura eccellente e il razzismo.

Per quanto riguarda la scrittura, questo libro si può definire “uno studio d’atmosfera” (come Lovecraft definì il suo massimo capolavoro, The color out of space), in cui la tecnica di Simmons è tutta tesa a restituirci una Calcutta che poggia sulle porte spalancate dell’Inferno. Calcutta è fatta di corpi, corpi, corpi, corpi che si ammassano ovunque: sudati, sporchi, inerti, malati, morenti, affamati, opprimenti. Il caldo di Calcutta è infernale, si attacca alla pelle del protagonista, trasforma i suoi vestiti in cenci inutilizzabili, avvelena l’acqua e l’aria stessa. L’odore di Calcutta equivale a quello di una fossa comune lasciata al sole di agosto: le narici del protagonista vengono aggredite dagli odori più insopportabili. Persino il gusto viene alterato dal caldo, dalla folla stipata ovunque, dal senso di corruzione della materia. Questo libro è un’aggressione sensoriale, siete stati avvertiti.  La Calcutta di Simmons è un luogo inadatto a ospitare la vita umana, eppure gli uomini vi si ammassano a milioni. Da questa contraddizione deriva la descrizione di un luogo da incubo, pieno di cupi anfratti che aprono davanti al lettore dei luoghi ancora più terribili, stigei, dei quali tutti sono a conoscenza ma che nessuno osa nominare. In questo senso, il testo di Simmons risulta essere fortemente debitore delle idee lovecraftiane: l’India viene descritta come un luogo irrimediabilmente marchiato dall’antica religione induista, che rende la vita sociale ingiusta (il sistema delle caste, la condizione femminile subordinata a quella maschile) e terribilmente violenta ( i seguaci di Kali, che agiscono sotto la superficie della vita pubblica).

Il punto controverso del libro sta proprio in questo: Calcutta non è un luogo infernale perché “infestata” da una Kali dipinta come un’entità negativa o messa in contrapposizione ad altre divinità locali. In buona sostanza, Kali rappresenta il fine ultimo della religione induista, e della stessa umanità: sarà il suo “canto”, per l’appunto, a dare inizio ad un Gotterdammerung in salsa indiana. Similmente ai Grandi Antichi lovecraftiani, dunque, Kali non è un’intrusa nell’ordine universale: ne rappresenta piuttosto il cardine, ed è l’uomo occidentale ad illudersi che le cose possano andare in maniera diversa. Da qui discende il razzismo di Simmons, che oltre a rappresentare Calcutta come un luogo infernale, ne dipinge gli abitanti come asserviti alla dea, o troppo timorosi per rivoltarsi contro di essa. Non solo: gli indiani di Simmons sono sostanzialmente degli alieni, dotati di una mentalità tanto lontana da quella del protagonista da precludere ogni possibile comunicazione con lui. Non a caso, Robert non riceverà alcun aiuto da nessuno dei personaggi incontrati a Calcutta, e dovrà anzi guardarsi da molti falsi alleati. Sua moglie Amrita, indiana naturalizzata americana, rivolgerà inoltre una sferzante critica alla società indiana (posta più o meno a metà del romanzo), definendola, senza mezzi termini, corrotta fino alla radice. Non è un caso che un altro grande successo di Simmons, Summer of Night, veda un gruppetto di adolescenti americani (sostanzialmente parliamo di un buon clone di It, con tutti i cliché del caso) combattere nella loro stessa cittadina contro un’entità “esterna”, extraeuropea, ancora una volta afferente ad una tradizione precristiana e lontanissima dall’immaginario collettivo degli USA.

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Summer of Night, con la Old Central sullo sfondo, in tutto il suo cupo splendore.

L’unica figura capace di spiccare con nettezza in questo marasma è quella di Das, che ha compiuto la propria trasformazione da grande poeta aderente agli stilemi britannici ad araldo di Kali, nunzio di ciò che verrà. Le terribili trasformazioni alle quali Das viene sottoposto nel libro simboleggiano l’inadeguatezza della sua cultura letteraria, che viene distrutta dal contatto con la Dea e riplasmata a sua immagine. Tutto ciò che resta del Das precedente è il suo talento poetico, messo ora al servizio di scopi e forze che vanno ben oltre l’umano. La grandezza di Das è quella dell’angelo caduto, e Simmons sfrutta appieno la sua bravura per dare a questo personaggio un’aura tragica e terribile al tempo stesso.

L’altra grande sequenza del libro riguarda l’entrata in scena di Kali, sulla quale preferisco non fornire dettagli. Si tratta di un momento di grande impatto, se vogliamo uno dei “picchi” del libro, e Simmons gioca bene le sue carte nel dargli la giusta dose di inquietante ambiguità: tutto questo sta davvero accadendo.

L’apocalittico/speranzoso finale de Il canto di Kali ci riporta al problema del razzismo: gli USA di Simmons vengono descritti come una terra “pura”, dove la wilderness non cela né pericoli soprannaturali né mostruosità nascoste nel buio.

In definitiva: conviene leggere questo miasmatico, incalzante ed angosciante viaggio all’Inferno venato da razzismo? La risposta è sì. Si giudica l’opera, non l’autore: sebbene sia sempre necessario tenere gli occhi aperti, perché la narrativa di genere permette di inoculare idee di ogni tipo muovendosi al di sotto della propria superficie “neutra”. Leggete Simmons, o almeno il Simmons giovane e talentuoso, non quello che s’è fatto pian piano mangiare dalla propria intolleranza.

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